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Manor, una riflessione sull’amore che è senza morte

di Giuseppe Sciarra

In “Frammenti di un discorso amoroso”, Roland Barthes parla di crisi di inabissamento nell’amore che avviene quando si soffre troppo per l’altro o quando si è molto appagati da questo sentimento. Il suicidio diventa un’idea ricorrente quando l’amato non ci ricambia come vorremmo oppure quando il desiderio reciproco è così forte che si vuole condividere assieme anche la morte perché non  riusciamo più a scindere noi stessi dall’altra persona; dobbiamo preservare questo amore anche nella tomba. A quanto pare la parola amore deriverebbe dal latino a-mors che significa senza morte. Dunque niente si spezzerebbe neanche quando si ritornerebbe all’origine. Nel noto mito di Orfeo, il cantore e poeta per eccellenza si spinge fino all’Ade, il regno dei morti e dell’ombra, per riportare in vita la sua amata Euridice perché non è accetta la sua dipartita e non può esistere senza che lei esista. Con l’assenza dell’amata la vita è vuota ed è svuotata di senso, perché la morte non pone fine a un legame che segna per sempre due innamorati.

Questa idea assai romantica dell’amore declinata alla morte troverà terreno fertile in tante opere letterarie, teatrali e cinematografiche i cui titoli sono infiniti, un titolo emblematico entrato nell’immaginario popolare è così scontato menzionare, ma lo menzioniamo lo stesso, è Romeo e Giulietta di William Shakespeare. Mi sono imbattuto sul web casualmente in un breve racconto di fine 800 rimasto misconosciuto per molto tempo che ha il coraggio di declinare questo tema addirittura in chiave omosessuale. L’eroe e coraggioso che ha fatto ciò, ossia scrivere un racconto gay in un periodo di caccia alle streghe per le persone lgbtq è Karl Heinrich Ulrichs, scrittore, poeta e giurista tedesco.

Ulrichs fu il primo uomo a fare coming out pubblicamente, ed è considerato il padre del movimento di liberazione omosessuale, in vita si è infatti battuto per i diritti delle persone lgbtq. Fu un uomo anche di scienza, si interessò ad esempio al fatto che il feto dei mammiferi presentava caratteristiche indifferenziate, perciò uguali sia per femmine che per maschi. Egli definiva l’omosessualità il terzo sesso che la scienza aveva ignorato e che mescola – nel caso degli uomini gay – caratteristiche fisiche maschili con una psiche femminile. Alcune sue teorie sull’omosessualità appaiono oggi un po’ sorpassate ma gli va dato atto di essere stato un percussore sul tema e di aver dato un grosso contributo allo sviluppo di un nuovo pensiero sull’omosessualità.

Nel 1885 in Italia, più precisamente in terra abruzzese nella città dell’Aquila dove è morto nel 1895 – e dove è sepolto – il poeta tedesco scrisse uno struggente e curioso racconto, Manor, dove vampirismo e omosessualità vanno a braccetto – ma guarda un po’ . Questa breve storia è inclusa in un’antologia di racconti, “Storie di marinai” ed ha il grande coraggio di parlare di un’amore omosessuale in un periodo storico in cui il povero Oscar Wilde verrà condannato ai lavori forzati per omosessualità. La gioia del sentimento amoroso tra due innamorati, il marinaio Manor  e il giovanissimo Har subirà un contraccolpo per la morte in mare del marinaio che ritornerà dal suo amato sotto forma di vampiro allo scopo di portarlo con lui nell’oltretomba – dal canto suo Har non porrà resistenza, fedele a chi ama.

Nel racconto ci troviamo di fronte a un caso parziale di inabissamento dell’amore come lo chiama Barthes, l’amato è morto ed diventato una creatura dell’oscurità, un vampiro, il quale non accetta la sua fine se non con la persona di cui è innamorato. Entrambi vivono un tormento che non riesce a dare pace alla loro anima, sono legati per sempre l’uno all’altro. Come ogni vampiro che si rispetti Manor presenta si dei canini e può essere ucciso con un palo al cuore ma ha anche qualcosa di diverso rispetto allo stereotipo a cui siamo abituati: non succhia sangue dal collo ma dai capezzoli, come se si attaccasse a un seno, in questo caso maschile; per rimanere ancora un poco in vita e portare con sé nell’ade il proprio amato.

Barthes in “Frammenti di un discorso amoroso” quando parla di inabissamento afferma che anche se una persona tormentata da problemi d’amore pensa alla morte, se vive la fase dell’inabissamento, non si uccide perché le sue pene non trovano collocazione neanche nella morte. L’inabissamento diventa quasi un atto teatrale, un’emozione per fuggire alla perdita e non soccombere realmente. In questo aspetto si discosta dal racconto di Ulrichs dove la morte serve a dare pace e a unire invece di disunire.

L’amore sentimentale vede effettivamente contrapporsi vita e morte. Amiamo per sentirci più vivi ma se questo sentimento resta frustrato o viene soffocato da eventi infausti può essere la discesa nel baratro e l’anticamera del suicidio. Dopo che venne pubblicato “I dolori del giovane Werther”, (1774), un sacco di giovani si uccisero per emulare il gesto del protagonista che vedeva infrangersi i suoi sogni amorosi, ma in questo caso si parla di un amore non ricambiato e non invece corrisposto come in Manor.

Manor ci dice che l’amore corrisposto anche se viene a mancare l’altra persona non muore, amors, la parola latina da cui sarebbe tratto il termine amore, è assenza di morte, una mancanza di fine per il quale il sentimento amoroso non cessa di esistere quando è vero. Questo legamento da qui all’eternità forse dovrebbe essere più di uno spunto di riflessione ma uno stimolo a vivere la vita facendo tesoro anche delle sue tragedie e delle sue perdite, perdite temporanee e non definitive, perché ciò che amiamo rimane con noi.

 

 

(16 maggio 2024)

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