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La crisi del Moderno Occidentale Europeo

di Vanni Sgaravatti

I fattori di crisi del moderno occidentale possono essere rinvenuti anche:

  • nella tendenza a far emergere i diritti di gruppi sociali stratificati e più piccoli e che disarticola la definizione di popolo, che è esistito spesso più come promozione delle élite che lo intendevano rappresentare;
  • nel ridimensionamento quantitativo e del ruolo sociale dei giovani e, quindi, della base utopistica e di trasformazione sociale;
  • nella conseguente crisi della vocazione dei politici intellettuali, che hanno svolto in passato un ruolo di riferimento stabile per i partiti
  • nel passaggio da una fase prolungata di aspettative crescenti ad una con aspettative decrescenti e nel relativo impatto sul rapporto tra popolo ed élite;
  • nella relativa formazione di un bacino reazionario nuovo (difesa di privilegi raggiunti, in un contesto di aspettative decrescenti);
  • nella complessità gestionale e la conseguente importanza del potere tecnico amministrativo;
  • nel liberismo estremizzato dall’individualizzazione narcisistica.

Già alla fine dell’800, in Francia, come il Prof. Graziosi ci dice nel suo libro sul Moderno occidentale, la figura ideale era ormai quella del funzionario e del pensionato e ormai si stava puntando più ad una lunga anzianità serena, identificando il socialismo con la pensione a 60 anni in una aspettativa di vita media di 80 (a partire da Mitterand). Il discorso sulle pensioni, al centro del dibattito politico, trasmetteva così le relative angosce ai giovani che non avrebbero goduto degli stessi privilegi. Tutto questo caratterizza un modello democratico occidentale in una ineludibile fase discendente, non necessariamente tragica, se non fosse che insieme alla perdita di centralità dell’Occidente, emerge un capitalismo gestito da un partito come strumento di gestione, oligarchico, centralizzato e talvolta corrotto del potere, come quello che emerge in Cina e in Russia. Va poi considerato come il concetto di popolo che abbiamo acquisito nei tempi contemporanei, formato in occidente anche tramite narrazioni letterarie e cinematografiche, sia stato appiccicato anche al sentiment dei tempi passati per il desiderio di vedere il nostro presente come il risultato di un processo lineare, desiderato e pianificato senza soluzione di continuità.

Non è solo la considerazione che nell’antica Grecia la democrazia non coinvolgeva tutte le persone che abitavano quel territorio, ma solo i cittadini di serie A che fa comprendere la diversità di immagine del concetto di popolo e di democrazia negli ultimi secoli. Il popolo, ad esempio, veniva immaginato come “oscuro”; mentre nei paesi socialisti i contadini venivano pesati un terzo di altri, a testimonianza di un insieme di unità statistiche lontane dal concetto occidentale di popolo.

Ai tempi di Montesquieu era assolutamente chiaro che la demagogia non corrispondeva con la democrazia. A nessuno veniva in mente che la libertà illuministica doveva essere cercata e ispirata dal popolo, che al massimo poteva, diventare uno strumento di lotta nelle situazioni di rottura. Solo nel ‘900 venne in mente che il popolo potesse essere orientato e guidato nel modo che conosciamo, utilizzando la categoria della “nazione”, per unire i tre tipi di popolo: sociale, etnico, politico. Ma questo poteva riuscire se rimanevano aspettative crescenti e se l’istruzione aumentava la possibilità di far uscire le persone del popolo dall’oscurità (come allora si diceva), per allinearsi nella condivisione della rotta con le élite. Nel periodo delle aspettative crescenti riformare significava distribuire di più le risorse e ampliare i benefici, quindi anche gli errori della classe politica dirigente potevano essere colmati da un aumento delle risorse disponibili. Su questo patto non scritto poggiava il consenso tra élite ed elettorato.

Quando, in particolare dopo la crisi del 2008, la situazione cambia, il rapporto tra rappresentanti e rappresentati entra in crisi, le soluzioni di lungo periodo contrastano con quelle di breve, i benefici per le generazioni più anziane, che sono tendenzialmente orientate al breve periodo, si contrappongono ai benefici per quelle più giovani.

Se prevalgono le scelte delle generazioni adulte e anziane si mette in moto un loop negativo: quelle dettate dalla logica di breve (minor propensione al rischio di investimento, risparmi per le emergenze della vecchiaia, ecc.), non favoriscono le classi lavoratrici di domani che, a loro volta non saranno in grado di supportare il costo di una popolazione sempre più anziana. Inoltre, le conseguenze degli errori delle élite sono meno coperte dalle risorse disponibili, come in passato e sono quindi oggetto di un sentimento di rabbia e di mancanza di fiducia sempre maggiore, identificando queste élite come non appartenente al popolo, così come una volta non lo erano quelle che parlavano lingue diverse: stranieri in patria, insomma. Le mancate promesse sul mantenimento di benefici che sono diventati diritti, invece di privilegi, ha fatto sì che quella classe politica impegnata alla continua ricerca di risorse aggiuntive, inseguendo parole chiave come innovazione e globalizzazione è stata identificata come quella che ha rotto il patto sociale e quell’omogeneità sociale che faceva da riferimento identitario.

A cui va aggiunta l’immigrazione attratta dalla necessità di una crescita continua nei paesi occidentali, come causa del caos identitario, associato ai primi due (innovazione e globalizzazione) per gli effetti congiunti di disorientamento.

E tutto questo è tornato ad alimentare un bacino di reazione e resistenza, una volta composta dai contadini e da un certo tipo di conservatorismo religioso (non spirituale) e che ora, in una forma ancora più passiva è composto da solitudini, emarginazioni tipiche della società della conoscenza, avversioni al cambiamento in società plurietniche non integrate. In una situazione di crescita continua, illusoria o reale, magari a scapito di sfruttamento di altre aree del pianeta, reclamare una fetta di torta delle risorse che il sistema sarebbe sempre stato in grado di produrre in più, comportava la cessione di un surplus di ricchezze non possedute da quelle che invocavano quei diritti, e, quindi era a costo zero. Ma adesso, in una situazione di decrescita di risorse o di aspettative, di invecchiamento della popolazione, i nostri principi sui diritti sono messe a dura prova: i costi per l’acquisizione o il mantenimento di tali diritti aumentano. Costi collegati alla rinuncia ad una parte del nostro benessere o al dover affrontare un futuro incerto o al dover prendere parte ad un conflitto, che ti fa riscoprire che le acquisizioni di diritti sociali non sono eterne e immutabili. Anche se, nella percezione comune, abbiamo tante proteste sociali da avanzare prima di affrontare le contraddizioni tra la critica al mito della crescita e la diminuzione degli standard di welfare attesi: ci sono tanti ricchi che possono cedere il superfluo, tanta evasione fiscale (quella vera e internazionale irraggiungibile) da intaccare.

Ma, in fase di decrescita e di crisi e di contraddizioni da affrontare con la coperta sempre più corta, sembrano tornare plausibili le amare considerazioni di metà Ottocento a favore di governi oligarchici, visto che, si diceva allora, la democrazia è un ideale irraggiungibile e pericoloso. Un moderno occidentale, che, a fronte di una frammentazione di privilegi, fa conto su una massa di gente resa passiva, marginale, possibilmente manipolabile, ma da utilizzare come fonte di legittimazione. Una massa di gente omogenizzata rispetto allo status di consumatori o di fruitori dei servizi.

E persino il volontariato e il terzo settore che, grazie alle relazioni di lavoro ed al livello di motivazione che caratterizza chi ci lavora, potrebbe rappresentare un modello sociale differente, viene orientato verso servizi sociosanitari orientati ai più emarginati, colmando la mancanza di risorse. Con la narrazione morale di supporto che richiama il principio di sussidiarietà, ma che, in realtà, dovrebbe essere circolare e non verticale per non diventare una semplice delega al privato.

Chi pone il problema della crisi delle liberal democrazie, come il prof. Graziosi, lo fa per capire come evitare risposte spontanee che sembrano portare a chiusure, privilegi basati su competenze tecniche inaggirabili visto la complessità della gestione del moderno, frutto di una combinazione tra un approccio centralizzato politico e un patto con il potere tecnico e amministrativo. Non certo per esaltare il modello cinese, che con molto ritardo è stato introdotto in Russia, ma per capire come evitare di imitarlo. In questo senso, crisi come quelle legate alla questione dell’immigrazione e del conflitto in Ucraina, in cui si giocano partite per noi enormemente più grandi di un routinario e storicamente normale scontro tra soggetti egemonici a noi estranei, possono persino, paradossalmente, diventare opportunità di cambiamento. Sono, però, stimoli molto intensi al cambiamento, con costi profondissimi, collegati alla perdita di un’identità, compresa quella di “neocolonialisti con il senso di colpa”, che ci permette di pensare che siamo potenti (se non lo fossimo non potremmo sentirci in colpa), con resistenze a trasformazioni inconsciamente vissute in un’inconscia angoscia di morte collettiva – ma aprono anche strade per possibili processi rigenerativi in nuovi soggetti, di nuovo pronti a dare un senso alla propria vita e alle ragioni dello stare insieme. Curdi, Ucraini sono diventati icone di cosa significa combattere per questo senso della vita, compreso rischiare come Ghandi la vita per la pace, organizzando manifestazioni permanenti. A patto che siano svolte a Kerson, non a Roma.

Obiettivi che non possono essere perseguiti ed essere, appunto, vitali, se sono separati dal rischio di morte, in momenti di tragiche biforcazioni. Quelle biforcazioni in cui è sempre più difficile guardare da un’altra parte.

 

 

(22 giugno 2023)

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