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Maschile & Sciarra intervista l’artista Vincenzo Cohen, un uomo che non ha mai avuto paura di essere se stesso.

di Giuseppe Sciarra

Vincenzo Cohen è un artista dalle mille sfaccettature: pittore, scrittore, fotografo. Fa mostre in giro per il mondo mettendo al centro delle sue opere l’uomo, il mito e la natura. L’arte per lui non è solo un modo di esprimere se stesso ma di dare voce a chi si sente outsider, a chi si interroga appassionatamente sulle proprie radici culturali e antropologiche, a chi considera l’uomo e la donna un tutt’uno con la natura e il nostro pianeta. L’abbiamo intervistato per Maschile & Sciarra e quella che doveva essere un’intervista sulle proprie opinioni sul mondo maschile è diventata qualcosa di più intimo – e a nostro dire importante per la nostra inchiesta; perché Vincenzo si è messo a nudo con straordinario coraggio e con la voglia di dire le cose esattamente come sono: per il solo amore della verità.

Sei vissuto in Calabria fino ai 18 anni, cosa significa essere un uomo e una donna in questa zona d’Italia?
Significa dover aderire a determinati principi che rimandano al retroterra storico-culturale del Mezzogiorno, in particolare a quello specificatamente calabro. Retroterra di una società chiusa, cristallizzata in una dimensione ancestrale che segue le leggi, ferree, gerarchiche e inviolabili del patriarcato e che, qualora infrante, conducono all’esser oggetto dell’inesorabile giudizio altrui, alimentando la percezione del “diverso”. Modelli che assurgono a simbolo di potere, che rimandano a un retaggio culturale cementificato da tempo nella visione popolare. E’ castrante, a mio avviso, per quello che la storia ci insegna, in ragione del principio inalienabile della libertà di pensiero ed espressione dell’individuo, che è stato motivo di battaglie e lotte sociali per secoli, rimanere ancorati a un cosi rigido sistema di pensiero. La condizione femminile, poi, appare ancora estremamente condizionata dal potere maschile, tanto da essere spinta a rinunciare alla propria autonomia vivendo nell’omertà e nel silenzio.

La sensibilità e il rapporto con l’emotività – quasi sempre censurato nei figli maschi – sono linfa vitale per l’arte ma non per certe società. In quanto “maschio meridionale” l’essere molto sensibile ti ha creato degli ostacoli? Al sud gli uomini sensibili vengono fatti vergognare perché non sono abbastanza maschi?
Sì. Mi ha creato non pochi problemi, soprattutto durante la fase dell’adolescenza. Sono una persona riservata, incline all’introspezione, ma anche molto libera ed emancipata rispetto al contesto in cui sono cresciuto. Proprio per questo non credo nelle schematizzazioni, soprattutto in merito a questioni di genere e orientamento sessuale. Per me le definizioni “etero”, “gay” e via dicendo, sono destituite di fondamento, perché si dovrebbe iniziare a riconsiderare lo status dell’individuo in quanto tale, più che il suo orientamento istintivo e sessuale, partendo dalla considerazione che in ogni società, ognuno è ed è sempre stato diverso dall’altro e rappresenta un insieme di aspetti multiformi che non possono essere schematizzati in una cosa sola. Sono a favore di un’ integrazione sociale a 360 gradi, dove si possa convivere rispettando le singole diversità , senza l’uso di etichette, ma rispettandosi l’uno con l’altro. L’essere libero da schemi e modelli precostituiti imposti dalla società in cui si vive porta ad essere considerati sovversivi e anarchici, spezza i vincoli del patriarcato e incrementa la sfera del giudizio, compromettendo spesso i rapporti familiari. Secondo questa visione, un uomo che mostra la propria sensibilità ed emotività, è debole e incapace di rivestire il ruolo della virilità e dar seguito alla funzione biologica, meramente maschile, della procreazione, e viene visto in un’ottica di sarcastica compassione e compatimento.

Sei una persona emancipata rispetto al tuo orientamento sessuale e hai due fratelli maschi. Come hanno vissuto il tuo coming out e come vivono il tuo orientamento?
Sono esperienze dolorose di cui preferisco non parlare perché avendo due fratelli, dovrei fare delle distinzioni. In generale però posso dire che non ho mai avvertito da parte loro alcuna solidarietà o interesse verso tali problematiche, semmai ho riscontrato una certa renitenza. L’indifferenza può a volte acuire il senso di inadeguatezza rispetto al contesto sociale. Credo che in questo giochi un ruolo fondamentale l’orgoglio maschile, che trova risposta e si iscrive perfettamente nella visione ancestrale calabrese che ho descritto prima e che induce a esimersi dall’assumere comportamenti di solidale fratellanza, inducendo il senso di colpa e perpetrando una sorta di volontà “punitiva” nei confronti del “diverso”.

Tuo padre e tua madre invece, come si rapportano a questo aspetto della tua vita privata e rispetto all’essere artista?
Sul rapporto con i miei genitori non posso esprimermi perché ciò comporterebbe un giudizio negativo. Sono assenti e disinteressati. La cosa che mi lascia perplesso è che, ad oggi non ho mai constatato una reale presa di coscienza, un fare “mea culpa” rispetto a determinati comportamenti. Anche il silenzio di una madre può far male quanto i gesti assurdi e le parole avventate di un padre. Un saggio stoicismo impone che dopo anni di incomprensioni non si possa far altro che accettare. Ma se c’è una cosa di cui non sono capace è restare in silenzio di fronte alle ingiustizie. Questo è stato motivo di disaccordi familiari, perché mi sono ribellato ad un sistema patriarcale. Mi sono sentito spesso mal giudicato per il fatto di essere combattivo e spendermi per l’affermazione di diritti, miei o di qualcun altro. Questo mi ha spinto a trasmettere un messaggio di giustizia sociale attraverso la pittura. La loro assenza nei momenti di sofferenza mi ha portato a vivere momenti difficili, di grande solitudine. Ma alla fine ho dovuto trovare la forza in me stesso. Una forza che mi ha permesso, attraverso l’arte, di tornare a vivere. L’arte in un certo senso è stata la mia salvezza. Ho cercato di trasformare la sofferenza in apprendimento esperienziale convogliando il dolore attraverso la pratica artistica, che per me è stata come un percorso analitico. Mi ha portato a capire tante cose sul passato. E’ cosi che dalle sofferenze a volte si può ricavare un insegnamento, un motivo di gioia. Il dipinto più rappresentativo di questo è “L’abbandono”, opera nata a seguito di un periodo di isolamento e distacco familiare.

In una relazione d’amore tra uomini quali demoni del patriarcato possono emergere all’interno della coppia?
Il demone più grande credo che sia quello dell’ambiguità connessa a certi tipi di conflitti irrisolti all’interno del proprio percorso di accettazione e di crescita individuale. L’educazione religiosa e gli schemi sociali inducono spesso ad assumere comportamenti ambigui, che oscillano tra l’essere se stessi e l’apparire quello che la società ci impone di essere. Talvolta queste conflittualità possono divenire patologiche all’interno della coppia e sfociare in atteggiamenti aggressivi e distruttivi.

Credi di essere visto come un traditore dalla tua famiglia per non avere aderito a un sistema patriarcale che contraddistingue molte famiglie meridionali – e non solo – in Italia?
No. Non ho scelto io di aderire o meno a determinati schemi, ma anche se avessi un diverso orientamento non vorrei aderire a un sistema di pensiero patriarcale. Credo nella parità dei sessi e che il superamento di certi retaggi, nei rapporti interpersonali e familiari, possa solo essere costruttivo e giovare alla collettività.

Se fossi padre in cosa prenderesti le distanze da tuo padre nel rapporto e nell’educazione che daresti a tuo figlio?
Cercherei di non commettere gli errori che hanno generato sofferenze su di me e sugli altri prima di tutto. Cercherei di non fargli mancare mai il supporto affettivo e morale, soprattutto nei momenti di bisogno. Farei il possibile per fornirgli una buona educazione, assecondare le sue attitudini cercando di stimolarlo a coltivare i suoi interessi. Cercherei di fornirgli una visione del mondo aperta e inclusiva e di guidarlo nelle scelte. Lo metterei in guardia da un uso eccessivo dei mezzi tecnologici perché credo che possano essere uno strumento pericoloso durante la fase della crescita.

C’è chi afferma che anche l’ambiente gay, oggi più che mai, sia pervaso di machismo. Cosa ne pensi a riguardo?
Credo che sia solo uno dei tanti aspetti di una forma di sessualità. All’interno della comunità LGBT esistono tante contraddizioni, soprattutto legate a schematizzazioni e sotto-classificazioni che gli stessi gay usano per differenziarsi. Questo aspetto, a mio avviso, è controproducente per le società e per il carattere stesso di una minoranza, se cosi si può ancora definire, perché in quanto tale e in quanto storicamente oggetto di fenomeni di discriminazione, dovrebbe essere predisposta naturalmente allo spirito di accettazione, aggregazione e tolleranza verso le forme di diversità che convivono all’interno della stessa comunità. Ad ogni modo il machismo può essere talvolta anche sintomo di debolezza ed essere un modo per esorcizzare le proprie frustrazioni.

In cosa l’Italia si differenzia dagli altri paesi nel rapporto con l’omosessualità? Quando ti esponi socialmente trovi ancora reazioni sorprese dai tuoi interlocutori, soprattutto uomini?
Nel fatto di essere ancora un paese mentalmente arretrato e politicamente privo di una visione sociale che possa camminare di pari passo con le politiche internazionali, a causa del mal governo di politici incapaci di infondere un messaggio di tolleranza e amore verso il prossimo, ma perennemente imprigionati nello schema rigido del giudizio di matrice religiosa. Ma anche a causa dei vincoli sociali derivanti da una cultura nazionalista e patriarcale, che hanno sempre la loro origine nel sistema di pensiero cristiano, e del conseguente condizionamento psicologico che caratterizza i rapporti sociali e i legami parentali nel nostro paese.

Il narcisismo maschile attuale che conseguenze ha sull’accezione che certi uomini hanno della mascolinità?
Non saprei. Sicuramente gli uomini che si identificano nello stereotipo del “maschio alpha” e che, di conseguenza trovano il proprio riferimento culturale in un modello di società patriarcale, potrebbero giudicare male l’ostentazione dell’immagine maschile gay e la costante ricerca di un canone estetico ideale o potrebbero invece riconoscersi negli stereotipi sponsorizzati dai Media e figli del capitalismo moderno. Credo che il narcisismo in ogni sua forma e manifestazione possa essere causa di problemi all’interno dei rapporti interpersonali, e causa di competizione all’interno dei rapporti di coppia tra uomini. Penso che il sentirsi “maschio” o ”macho” al di là dell’aspetto prettamente biologico del termine, non abbia molta valenza nella società contemporanea, se non all’interno della sfera sessuale; cioè è uno stereotipo che andrebbe combattuto e sfatato, perché la virilità di un uomo si dimostra nel suo comportamento.

Che autocritica dovrebbero fare gli uomini a se stessi in merito a certi aspetti del loro essere maschile?
Ognuno dovrebbe agire secondo la sua indole. Bisognerebbe distaccarsi dall’immaginario archetipico patriarcale e imparare ad accettarsi secondo il proprio ideale personale, maturato sulla base di esperienze e modelli di riferimento che possano essere un buon esempio educativo da imitare, senza perseguire in schemi e modelli precostituiti.

 

 

(10 febbraio 2024)

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