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La “crudeltà” dei reality merita di essere discussa

di Giuseppe Sciarra

Chi non conosce il romanzo di Agatha Christie, “Dieci piccoli indiani”? In quel libro un gruppo di persone che non si sono mai viste, (vi ricorda qualcosa?), vengono invitate a stare per un po’ di tempo in un’isola in cui una a una saranno ammazzate da un’inquietante e misterioso killer. A quanto pare le pagine di uno dei più noti gialli della scrittrice e drammaturga britannica avrebbero ispirato i creatori del Grande Fratello per dar vita a uno dei più famosi reality al mondo. Tale ispirazione non può che darci da pensare sulla natura discutibile di questo tipo di intrattenimento televisivo visto lo scopo che sembrerebbe a monte nel romanzo: uccidere tutti. Nei reality non muore nessuno, si eliminano i concorrenti fino a che ne resterà solo uno.

Dal lontano 2000, (anno del primo GF), i reality show hanno proposto un nuovo modo di fare tv che mette i suoi concorrenti nelle condizioni di farsi giudicare per il proprio modo di essere – vero o presunto che sia – dagli spettatori. I reality danno l’illusione di infrangere la distanza tra la realtà quotidiana e i luccicanti studi televisivi. Per tanto tempo sono stati meta ambita di molti che cercavano di entrare nel mondo dello spettacolo e fare carriera contribuendo a loro malgrado a creare una nuova figura di personaggio televisivo: il parassita. Si tratta della figura di quell’aspirante vip o sedicente tale che non sa fare assolutamente nulla, non ha alcun tipo di talento ma è un personaggio da centro dei gossip, dei giornali e che raggiunge, o rischia di raggiungere, quella popolarità tanto agognata dai comuni mortali che desta invidia e emulazione nel popolino; oltre a garantire per un certo periodo discrete somme di denaro – che in molti casi sono evanescenti come la popolarità guadagnata pro tempore.

Dopo il successo del primo Grande Fratello vennero creati altri reality show appositamente per vip, (L’isola dei famosi, La Talpa), poiché il pubblico voleva vedere gente nota scannarsi in situazioni imbarazzanti e da mediocre commedia dell’arte – come definì questi teatrini il professore di teoria e tecniche del linguaggio giornalistico Giorgio Simonelli in una nota trasmissione televisiva. I personaggi noti erano spesso – e sono – personaggi in cerca d’autore caduti in disgrazia che non si sa quale collocazione dare nei palinsesti televisivi e che pur di apparire si degradano a partecipare a questo tipo di trasmissione; perché rinvigorisce la loro popolarità, spesso però per un breve lasso di tempo. Inoltre il presunto giovamento alla carriera regalato da questi programmi, porta quasi sempre la propria reputazione a uscirne a pezzi, a volte con la fine della propria carriera: un esempio eclatante è quello della conduttrice Alda D’Eusanio che non riesce a trovare più una collocazione in tv dopo la sua partecipazione a un Grande Fratello Vip, a causa di certe sue illazioni sulla vita privata di Laura Pausini che le sono valse una denuncia.

Le dinamiche del gioco nei reality col passare degli anni e della crisi di questo tipo di format si sono fatte sempre più spietate, squallide e amorali. Gli autori e i conduttori sono disposti a tutto pur di forzare i propri concorrenti a litigare o a formare delle coppie di presunti innamorati con la speranza di portare a dinamiche intriganti, malate, spesso fuori controllo dove tutti sono contro tutti e vige la legge del più forte creando così una fucina di degrado umano senza precedenti nella storia della televisione, perlomeno italiana – oltre che a un pessimo esempio civile per il pubblico televisivo. Nei reality i rapporti umani, i loro valori e la loro parte bella – che per fortuna nella vita di tutti i giorni c’è – va come si suol dire, a farsi benedire, in nome della prepotenza e di una violenza verbale che fa audience. Fare leva sui sentimenti mediocri e sull’arrivismo dell’essere umano porta a un gioco al massacro alla Squid Game – un paragone tutt’altro che esagerato, visto che per arrivare al montepremi finale i concorrenti diventano tutti un Caino o un Giuda o nel caso delle donne invece una Salomè (che non si dica che non siamo inclusivi). I suoi sciagurati partecipanti cercano per fama e (dinero) di mettere l’uno in cattiva luce l’altro, servendosi del pettegolezzo, la maldicenza, l’insulto fino a sfociare in forme di bullismo che spesso possono degenerare e di cui non sono responsabili solo coloro che le commettono. A buon intenditore poche parole.

Come dimenticare lo scorso anno la partecipazione al GF Vip di Marco Bellavia, ex volto di Bim Bum Bam. Marco aveva delle problematiche di natura psichica  e forse non avrebbe dovuto partecipare a un programma come il GF; va detto che gli autori della trasmissione non avevano notato nulla di strano ai provini, ragion per cui l’hanno incluso nel cast di quella edizione. Ritengo però che durante la trasmissione il Bellavia non sia stato tutelato adeguatamente, ma sono opinioni … I richiami agli altri partecipanti nei cosiddetti confessionali sembra non siano mai avvenuti se non quando la situazione è precipitata veramente, ovvero quando Bellavia ha avuto una serie di crisi che l’hanno spinto ad abbandonare il gioco dopo giorni di umiliazioni di ogni sorta.

Lo stesso Pier Silvio Berlusconi ebbe da ridire sul caso Bellavia, visto il susseguirsi di aspre polemiche con in testa le minacce di denuncia del Codacons ai partecipanti del reality show. Forse anche a causa di questa vicenda Berlusconi Junior ha deciso di ripulire il Grande Fratello dal trash – tentativo apprezzabile che riteniamo non essere proprio andato a buon fine. E intanto calano gli ascolti.

Ma sono i reality che per loro natura hanno bisogno del trash e di meccanismi meschini per andare avanti, ergo non possono essere edulcorati perché non si può edulcorare un gioco al massacro. E’ sempre lo stesso Pier Silvio ad ammettere di non apprezzarli particolarmente ma, essendo amati dal pubblico – che è stato diseducato per decenni all’intrattenimento sano – non possono essere ignorati dalla tv commerciale.

In conclusione: la nostra televisione si è dovuta adeguare al neoliberismo che ha messo in ginocchio l’economia e la salute mentale dell’Occidente spingendo il sistema televisivo (e non solo) a rincorrere il successo in modo spregiudicato e non importa a che prezzo. Se negli anni ’50, ’60 e ’70 la Rai aveva una funzione principalmente pedagogica e si mandavano in onda in prima serata le trasposizioni di importanti opere teatrali e tragedie greche, (cosa che oggi avviene su Rai 5 per nostra fortuna); o si facevano programmi di intrattenimento leggero come Canzonissima; per non parlare degli anni ’80 con l’indimenticabile – e geniale nella sua semplicità – Portobello. Oggi, al contrario, si propongono poche cose interessanti, tanti format vecchi di vent’anni e tristi reality show che non hanno nulla di esemplare, non sono intrattenimento ma sono solo una perversione  da piccolo schermo che ci auguriamo che prima o poi scompaia o che, perlomeno, sia relegata ai margini della tv.

E, francamente, dopo averli guardati si prova tanta rabbia. La tv dovrebbe allontanarci da quella rabbia quotidiana che ci assale ogni giorno e non portarla nelle nostre tavole e farci logorare perché un concorrente di reality, ha pugnalato alle spalle un altro o ci ha litigato a suon di grida. L’intrattenimento vero ci fa del bene e non del male.

 

 

(7 ottobre 2023)

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