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Iran. La rivoluzione di chi è disposto a morire per vivere piuttosto che vivere da morto

di Alfredo Falletti

Un sistema oltre la teocrazia; un anacronismo indifendibile ed arcaico diventato  una caricatura impregnata di violenza, odio e pura superstizione. Processi farsa e sentenze di morte per reati vagamente definiti “contro dio” oppure “inimicizia contro dio”, “fare la guerra a dio”, “spargere la corruzione” e “diffondere odio verso il profeta e la sua parola” che vengono utilizzati per consacrare e difendere un regime teocratico autocelebrativo e autoreferenziale ormai oltre sé stesso e le sue macerie fumanti.

Condizioni di vita insopportabili, annientamento delle libertà, situazione economica e sociale disastrose non consentono alcuna prospettiva per il futuro ai giovani che si sentono senza speranza fino al punto da preferire la morte affinché altri possano vivere in libertà piuttosto che vivere da morti. Poi le donne, discriminate per Costituzione – una donna vale la metà di un uomo [sic] persino nei risarcimenti dopo incidenti stradali – additate come causa di ogni male, accusate di essere “islamofobe”, di essere causa della siccità perché non portano correttamente il velo come da sentenza secolare su ispirazione divina del rappresentante (maschio) della Guida Suprema nella città di Karaj secondo il quale la ragione delle basse precipitazioni nel Paese è legata alla mancanza di osservanza del hijab. Da tanta aberrazione la considerazione eversiva ed anti-teocratica della parità uomo/donna.

La teocrazia iraniana subisce ogni giorno un’erosione del suo potere che non potrà far altro che vacillare fino a sprofondare con il pericolo di portare con sé tutto il popolo iraniano, insieme ai paesi satellite e anche alle minoranze curde e atzere che si sono unite alla protesta dopo secoli di oppressione – anche questo motivo di preoccupazione (anche per Erdogan) perché la rivoluzione potrebbe coinvolgere quei paesi limitrofi in cui risiedono soprattutto i Curdi.

Quali effetti possa portare con sé la rivoluzione delle donne e dei giovani iraniani è difficile da ipotizzare, perché sono diverse la ipotesi alternative.

Un immenso bagno di sangue che chiuda la “primavera iraniana”.
I militari che per patriottismo e pacificazione nazionale possano prendere il potere estromettendo gli ayatollah prendendone il posto in un “restyling” secondo il principio del cambiare tutto per non cambiare nulla.
Creare una pacificazione tra ayatollah e popolo iraniano sotto le insegne dell’ONU che garantiscano pace e diritti umani (oltre al business dei Paesi occidentali, ovviamente).

Ma in tutto questo orrore, dov’è l’occidente civile, dei diritti e della democrazia “esportata”?

Al di là di ogni embargo che alla fin fine colpisce la popolazione mentre gli ayatollah ingrassano e mandano figli e nipoti a studiare all’estero nella casa dal grande Satana, l’Occidente cosa fa perché questo medioevo abbia fine?

A dicembre 2022, la Repubblica islamica dell’Iran è stata sospesa dalla Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne, l’UNCSW con il voto favorevole di ventinove Stati membri, otto contrari e sedici Stati che si sono astenuti nel rispetto del business as usual o business for business che si rivela sempre una condanna per le donne e per il rispetto di ogni diritto umano; l’alibi è quello di non voler interferire nelle politiche e nei costumi di altri Paesi, ma siamo alla realpolitik tesa al perseguimento del massimo profitto.

Ipocrisie note, a confermare che si parla molto e si fa assai meno, con le comunità iraniane in Italia sole a manifestare con sprezzo del pericolo che incombe sulle loro famiglie in patria e in ogni piazza possibile al grido “Donna, vita, libertà!”. Le istituzioni del nostro paese, a parte pochi casi, sono generalmente silenti.

(30 gennaio 2023)

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