Innovazione digitale, crescita dell’efficienza e diminuzione delle capacità cognitive

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di Vanni Sgaravatti

Il digitale ha contribuito a farci perdere il pensiero critico (ne parliamo nella prima parte di questo articolo su Gaiaitalia.com Notizie). Ma, come siamo arrivati alla situazione, descritta da Jeremy Rifkin nel suo libro “Ripensare l’esistenza su una terra che si naturalizza” e che ho sintetizzato nel mio breve articolo: “il digitale ci rende più efficienti e più stupidi”, senza quasi accorgercene?

Tanti sono i fattori, ma la radice va cercata nel sistema sociale e culturale umano e non negli strumenti tecnologici piovuti dal cielo. Gli algoritmi si sono prestati bene al neoliberismo perché hanno come obiettivo l’efficienza che è il must del nostro sistema. L’efficienza ha a che fare con l’appropriazione del tempo e dello spazio. Minor tempo e spazio per unità di prodotto. Ma più tempo e spazio per fare cosa, visto che non è mai posto il problema dello scopo finale di essere più efficienti? Di fatto l’efficienza non poteva che portare il beneficio di avere più tempo e spazio da impiegare per essere ancora e sempre più efficienti.

In questa spirale, da cui non si vede via d’uscita, si mischiano comportamenti collaborativi e solidali, indirizzati ad un perimetro sociale più o meno ristretto, a seconda delle diverse culture e morali, caratteristiche fondanti dell’homo sapiens; con comportamenti opportunistici, di competizione e conflittualità che producono divisioni, disuguaglianze e privilegi. Comportamenti opportunistici, di prevaricazione e sfruttamento che, però, per una corretta diagnosi di come va il mondo non possono essere visti come il risultato di piani diabolici di singoli uomini che si svegliano la mattina e consapevolmente studiano l’appropriazione del tempo e dello spazio degli altri. Si tratta, nel caso di questi comportamenti opportunistici, di cogliere le “giuste” occasioni, da parte di chi sia più propenso a comportamenti immorali, magari condizionati da una storia personale che non si sono scelti prima di nascere.

Il tempo e lo spazio, la cui appropriazione ha come driver la ricerca continua dell’efficienza, sono quelli riconcepiti dell’uomo che all’inizio della modernità è stato rappresentato nel ruolo di osservatore della natura, quindi staccato da essa, a partire dalla prospettiva lineare della pittura rinascimentale e dal conseguente modus operandi galileiano.

Il pensiero utopico sottostante a questa ricerca di efficienza consisteva nell’idea che un’appropriazione e un minor consumo di tempo e spazio ci avrebbe liberato dai vincoli biologici e sociali che ci obbligavano a lavorare, indipendentemente dal senso di quello che si produce.

Ma non ci sono testimonianze negli ultimi due secoli, nei paesi occidentali di una valorizzazione del tempo e dello spazio, guadagnato grazie all’efficienza, per motivi diversi da quelli di scoprire metodi innovativi per essere ancora più efficienti. Un’utopia ripresa ancora oggi dallo slogan della decrescita felice. Un’utopia che non è tale in assoluto, ma che lo diventa nel momento in cui ci si affida alla tecnologia come ad un pifferaio magico che ti dovrebbe sollevare dal gravosissimo compito della metamorfosi culturale da fare nei tempi rapidi necessari a riparare i danni di questa modernità industriale e post-industriale. Un’utopia dannosa non perché lo sia nei principi che vorrebbe rappresentare, ma perché nella parola felice nasconde, ancora una volta e come sempre, i costi che qualcuno dovrebbe pagare e su cui le buone intenzioni falliscono, come le Cop sull’ambiente lo dimostrano, così come lo hanno dimostrato le illusioni del pensiero filosofico comunista.

Se è necessario porre un limite alla crescita continua dell’efficienza e delle ideologie sottostanti, occorre cercare una narrazione che giustifichi l’infelicità che qualcuno dovrà pagare. L’universalismo religioso, guardando la storia umana, sembra aver perso la credibilità per rappresentare questa narrazione di supporto ai sacrifici che dovremmo fare, ma sembra molto difficile trovare un altro sistema di valori, laico e magari non più semplicemente illuminista, universalmente accettabile.

Un sistema di valori che ci dovrebbe supportare nella strada di una ricerca verso una morale atta a rinunciare a quello che oggi ci appare essenziale, per qualcos’altro di ignoto nel futuro o per qualcun altro che non abbiamo mai davvero conosciuto?

Credo che, laico o religioso che sia, debba essere un sistema forte, frutto di un pensiero tutt’altro che debole, che vada oltre le analisi costi benefici dei propri bisogni immediati e personali.

 

(21 novembre 2022)

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