Ignoranza, libertà e comportamentismo (non solo se sei dentro un bozzolo come nel film Matrix)

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di Vanni Sgaravatti

Per ogni tendenza sociale si possono riscontrare le origini teorico-ideologiche. Non fa eccezione la diffusione dell’ignoranza, percepita come espressione di libertà. Per capire le origini teoriche bisogna andare alla fisica teorica di Plank dei primi del ‘900, in cui al di là dei suoi enormi meriti scientifici, interpreta il mondo oggettivo e naturale senza alcun ruolo particolare per la coscienza. Poi bisogna andare al suo uditore, Meyer, che porta le teorie e i metodi nel campo della psicologia.

Meyer sosteneva che: “La libertà d’azione nel mondo animale è identica ad un caso fortuito nella fisica”. La libertà è, quindi, in opposizione alla conoscenza scientifica: più si conosce, più le condizioni sono determinate, meno libertà esiste. Nel libro del 1971, “Oltre la libertà e la dignità”, in parte ripreso in quello sulla scienza comportamentista del 1974, Skinner, il grande comportamentista sostiene che: “La conoscenza non ci rende liberi, bensì ci consente di privarci dell’illusione della libertà. In realtà libertà e ignoranza sono sinonimi”. Molti “studenti pigri” fanno di questo motto una bandiera. Ma non ne gioirei troppo, se fossi in loro. La teoria si regge solo considerando l’uomo come una cosa, in cui la libertà è un’illusione: a queste condizioni anche io avrei pensato che la conoscenza ti renda schiavo. Se sei dentro un bozzolo come nel film Matrix, l’auto percezione di te stesso non è quella del bozzolo, ma di quella che le immagini trasmesse dalla chimica ai tuoi neuroni ti producono, mentre sei dentro il bozzolo. Ma allora tutta questa lotta alle droghe è tutta una tragicommedia.

Da allora nelle scienze psicologico-cognitive molte cose sono cambiate, molti altri indirizzi e non solo quelli freudiani tradizionali, parlano di percezione di sé, addirittura fino al polo opposto (ed i poli, di solito, si toccano): la realtà non esiste, se non nelle mappe che le tue sinapsi cerebrali producono. Ma la concezione di Meyer e Sinner, espressa molto bene nella frase: “Il contesto determina il comportamento e la nostra ignoranza di come possa farlo è il vuoto che riempiamo, fantasticando di libertà”, è rimasto latente.

Risvegliato dal “capitalismo della sorveglianza” e dagli strumenti digitali, ha fatto in modo che il vuoto sia riempito da comportamenti commerciali prevedibili fino alla certezza, perché condizionati. Inducendoci a non “pensare sul pensato”, a non interrogarci se noi vogliamo davvero volere, oppure se, convinti che la libertà sia un’illusione, preferiamo l’ignoranza che ci faccia adagiare sul volere, così come ci appare nelle mente. E allora la frittata è fatta e senza bisogno di cuochi, chi conosce l’analisi sistemica sa che, a fronte di poche regole e requisiti di sistema, da un dato iniziale, un accumulo imprevisto di determinate condizioni, può nascere un diverso sistema di potere. Lo stormo può prendere altre forme, senza bisogno di immaginare il capo stormo che gridi: “Da questa parte, fratelli”.

Il Signor Meyer e il Signor Sinner non avevano in mente quando pensavano di fare del mondo un laboratorio, di portare il freddo artificiale al posto della poetica dei loci ameni della natura. Pensavano di liberarci del concetto di anima, che tanti orrori avevano provocato: dalle guerre di religione, all’ingegneria manipolatoria delle anime dei regimi totalitari. Skinner, era rabbioso e disprezzante contro il caparbio legame degli umani ai valori e agli ideali di libertà ereditati dai filosofi del diciottesimo secolo. Disprezzava il progetto esistenziale delle filosofie del dopoguerra, che poneva le nozioni di autenticità, libero arbitrio e autonomia di azione al cuore delle ambizioni della seconda modernità.

Alla fine della vita, deluso, scriveva, come riportato dalla Zuboff: “Si potrà dire che questa mia visione del comportamento umano è scoraggiante e che, credendo invece di avere in mano il nostro futuro avremo più possibilità di prendercene cura. È una convinzione sopravvissuta per secoli, che ci ha portato a conquiste considerevoli, che sono state però solo le conseguenze immediate delle nostre azioni. Ora sappiamo che ci sono state anche altre conseguenze, che stiamo mettendo in pericolo il nostro futuro. Forse quello che abbiamo fatto del nostro destino non è il testamento che vogliamo lasciare al mondo”.

È il comportamentismo radicale che fa da sfondo alla tesi di un altro libro sui limiti della morale di due ricercatori di Oxford (Persson e Pavulesco: “Inadatti al Futuro). Limiti nell’affrontare problemi planetari che io condivido in pieno e spesso riportati in altri articoli, non condividendo, però, le soluzioni dei due ricercatori che vedono nella chimica la possibilità di far diventare non solo gli uomini più potenti, ma anche più buoni, prima che si eliminino a vicenda. Ma dalle parole di Skinner mi rendo conto che c’è stato un’epoca, qualche decennio fa, in cui non ci si vergognava, non ci si nascondeva dietro il politicamente corretto nell’affermare che la libertà individuale era ormai superata. Quel “manifesto” è stato sotterrato, è stato oscurato dal nuovo capitalismo della sorveglianza, che tende a nascondere il proprio “Mein Kampf” (citazione, a dire il vero, impropria visto che non assomiglia per nulla né al totalitarismo nazista, né alla distopia di Orwell). Era appena finita la Seconda guerra mondiale, erano da poco scoppiate le bombe nucleari. Dopo l’esperienza dei lager, la possibilità di esprimere un desiderio era il massimo di una nuova vita, voler “decidere di desiderare” non era all’ordine del giorno. Anzi essere al centro della volontà di desiderare risuonava come il male del 900. Ma ricordo, anche. l’incontro casuale nelle dolomiti con un giovane psicologo di un’università canadese, simpatico, di buoni principi, padre di due figli, che se ne faceva un vanto del suo essere uno Skinneriano. Erano tempi moderni e lui, forse perché non europeo, esprimeva la sua posizione con convinto orgoglio.

Sarebbe molto interessante che qualcuno di noi, emozionandosi prioritariamente, se non esclusivamente, del benessere della propria famiglia e, a cerchi concentrici, del proprio vicinato, della propria città e della propria nazione, portasse al limite le conseguenze del ragionamento morale auto giustificatore e dicesse che la libertà di decidere di volere, l’autonomia della propria autodeterminazione non è un valore assoluto o almeno non è un valore a cui tutti possono accedere, se questo porta ai danni sociali che vediamo. In particolare, danni per noi, naturalmente.

Sarebbe una discussione interessante sui principi, così come potremmo fare con quel giovane canadese. Ma invece siamo tutti impegnati a dimostrare che il nostro sentimento è conforme ai principi assoluti della Rivoluzione francese, libertà, uguaglianza, fraternità e magari al progressismo di sinistra o ai principi universalistici della cultura cattolica. E questo ci permette di ricacciare nell’inconscio, collettivo o individuale che sia, i nostri mostri. Intanto prendiamola con i politici, quelli si prestano sempre bene ad oggettivizzare il nostro bisogno di trovare fuori di noi, mostri. O angeli, naturalmente.

 

(13 ottobre 2022)

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