La transumanza dei voti

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di Marco Biondi

Chi s’interessa, anche lontanamente e con poco entusiasmo, di politica non può non aver notato quanto siano diventati volubili gli elettori. Se ai tempi della prima Repubblica, quella dei tristemente famosi Governi balneari e dei quadri o pentapartiti, la conquista o la perdita di qualche punto decimale era vissuta con ansia, dramma o entusiasmo, oggi vediamo che addirittura un quarto degli elettori totali, nel giro di una legislatura ha beatamente cambiato idea almeno due volte.

Basta confrontare i risultati – reali e non dei sondaggi – delle elezioni politiche ed Europee negli ultimi 5 anni, per scoprire che il Movimento 5Stelle è passato dal 34% di 5 anni fa, al 16% di oggi (e riescono perfino a gioirne!!); la Lega ha fatto più o meno il percorso inverso: dal 14% delle politiche, al 34% delle Europee, per finire al 9 scarso di oggi; la vincitrice delle recenti politiche, 5 anni fa aveva il 4 virgola e oggi ha ottenuto quasi un quarto dei voti degli italiani.

I politologi stanno diffondendo le loro analisi, dalle quali, sulla base di sondaggi, ci raccontano chi è passato da un partito a un altro, dove e come. Ma ovviamente nei numeri, manca sempre “il perché”.

In base a queste considerazioni, ho pensato di farmi raccontare da alcune persone a me vicine, qual è stato il loro percorso decisionale, non tanto per sapere chi avevano votato, ma cosa cercavano quando hanno preso la loro decisione. Il campione non ha ovviamente validità statistica, ma mi ha consentito di giungere a determinate conclusioni, che troverete in fondo a questo articolo.

La mia domanda, per tutti è stata la seguente: “Se ha votato alle elezioni politiche del 25/9, vorremmo sapere cosa l’ha portata alla scelta del voto. Qual è stata la ragione principale per la quale ha fatto quella scelta.  Se vuole, ci dica anche se ha cambiato voto rispetto all’ultima votazione, se avrebbe preferito esprimere un’altra preferenza e quale motivo non l’ha portata a fare quella scelta. Nel caso non avesse votato, ci può spiegare perché?”. Sono così partito da Daniela, 45enne impiegata romana che mi ha detto “Quest’anno ho deciso di cambiare voto. Il Partito che avevo sempre votato nelle precedenti occasioni, non mi dava l’idea che avesse delle posizioni ben definite. Non capivo che cosa avrebbero fatto del mio voto. Ho scelto il “meno peggio”, quello più vicino alle mie idee politiche”; è stata poi la volta di Enzo, Roma, 49 anni, quadro che ci ha parlato di “una scelta difficile e molto combattuta. Desideravo che dalle elezioni emergesse un Governo stabile, pragmatico, deciso a realizzare un programma che potesse rilanciare l’economia. Ho dovuto scegliere un partito della coalizione che era accreditata di una vittoria certa. Anche se mi spaventava la collocazione politica opposta alla mia storica, ho pensato che i rischi fossero limitati. Il rischio che potesse cambiare la collocazione internazionale del nostro Paese, ad esempio, ho ritenuto che non rappresentasse un pericolo reale; le relazioni internazionali influenzano lo spread e quindi i costi per finanziare il debito. Al Governo servono soldi, quindi la realizzazione del PNRR verrà prima di tutto. Poi il centro destra può dimostrare che, con loro si superano le reticenze e gli ostacoli della vecchia sinistra, permettendo la realizzazione di opere da sempre bloccate o ostacolate. Spero solo non debbano cedere su cose sostanziali in nome dei rapporti con Orban & C”. Ho quindi parlato con Matteo, Roma, 48 anni, politico che ci ha detto di avere “ovviamente votato sempre il mio partito, il PD, e ne sono orgoglioso. Però sostengo da tempo che un partito si deve basare sul posizionamento politico e sul programma. Il PD, dall’uscita di Renzi, non fa altro che parlare di alleanze, tra l’altro ondivaghe. I suoi elettori non sanno se votano per realizzare un programma riformista e progressista basato sul lavoro, o per posizioni assenzialiste (RDC) e post-comuniste (statalizzazioni).  Il rilancio del partito, che deve continuare a essere il punto di riferimento dei progressisti e dei riformisti in Italia e in Europa, deve partire da li. La ricerca delle alleanze viene in un secondo momento e deve essere conseguente ai programmi che si vogliono realizzare. Copiare o sposare integralmente i programmi e gli obiettivi di altri partiti, espone al rischio che gli elettori scelgano quelli, che magari sono in posizioni di potere da meno tempo e quindi meno esposti al rischio di essere additati come “poltronari” o “parte della casta”.

Piergiorgio, Alatri, 42 anni, agente di commercio è un pentito del voto grillino della prima ora: “L’ultima volta ho votato 5Stelle e me ne sono amaramente pentito. Credevo di trovare una vera innovazione, un’opera di ringiovanimento e di pulizia della politica, invece ho trovato lo stesso arrivismo e la stessa fame di potere che avrei voluto combattere. Di mia natura sono di destra, quindi ho privilegiato stavolta un partito che mi rappresentasse. Almeno, se non ci deve essere rinnovamento nei modi di fare politica, che ci sia almeno rinnovamento nei programmi.  Detesto il reddito di cittadinanza e il 110%, vero vulnus per l’economia”; Massimo, Milano, 75 anni, pensionato ci ha detto di essere un “nostalgico del vecchio Partito Repubblicano di Giorgio La Malfa. Ritengo che nella gestione di qualsiasi bene pubblico sia necessario essere rigorosi e seri. Purtroppo queste qualità stanno mancando da tanti anni nel panorama politico italiano. Nelle ultime elezioni ho trovato traccia di tale impostazione nel terzo polo di Calenda e Renzi. Sono stato tentato di votare Forza Italia per dare forza alla componente moderata della coalizione che sarebbe certamente uscita vincitrice, ma poi ho preferito rimanere nell’alveo della mia ideologia politica” e siamo quindi arrivati a Federico, Milano, 68 anni, agente di commercio un “leghista della prima ora. Mi ispiro all’ideologia di Miglio e alla politica di Umberto Bossi. Ho sempre votato Lega, ma in queste ultime votazioni ho deciso che fosse il momento di cambiare. L’identificazione del partito con il suo segretario è una prassi che deve cambiare. Non ci sono più i Berlinguer o gli Almirante, che spiccano sopra a tutti. Il nostro Salvini ha fatto il suo tempo e non è più un riferimento per nessuno. Se la Lega non cambierà modo di fare politica, finirà nell’irrilevanza. Inoltre, se il programma politico, che non coincide con i due o tre cavalli di battaglia del segretario, non si differenzia da quello degli altri partiti della coalizione, è inevitabile che si finisca col votare il partito col leader che da più affidamento. Tra Salvini, Berlusconi e Meloni, non c’è partita!!!”.

Le conclusioni sono semplici: c’è molta confusione sotto il sole e la politica, come la conoscevamo noi che abbiamo vissuto un’altra epoca, quella della prima Repubblica, non esiste quasi più. Le ideologie si sono quasi perse. Il dopoguerra è stato contraddistinto dalla scelta di quale sistema economico fosse da scegliere, se il comunismo sovietico o il liberismo statunitense; quando è apparso chiaro che l’ideologia comunista era stata sconfitta dalla storia, la scelta è stata tra capitalismo e riformismo, con partiti che incarnavano quelle ideologie, ancora prettamente legate alla politica economica del Paese. Quando comparvero le lotte per i diritti civili, l’offerta politica in qualche modo si differenziò ulteriormente. Il tutto fino alla nascita del populismo, quel modo confuso di fare politica, promettendo cose irrealizzabili e inventandosi un nemico contro il quale combattere. In Italia il precursore del populismo che riuscì ad avere successo fu evidentemente Berlusconi. Da allora abbiamo assistito a una competizione che ne ricalcava le gesta. Fino ad arrivare a un Movimento 5 Stelle che, dichiaratosi ne di destra ne di sinistra, ha finito per ingannare più di un terzo della popolazione.

Oggi, credo, che il panorama politico sia maturo al punto da poter mettere fine a queste fatue rincorse, verso un potere che dura poco e non consente, se anche ve ne fosse la voglia, di raggiungere dei risultati apprezzabili. L’ondeggiamento tra un partito all’altra potrebbe essere la dimostrazione che mancano delle identità politiche precise, sia attorno ai leader di riferimento, ma soprattutto sui programmi da realizzare. Il PD dovrebbe tornare allo spirito delle origini, a quel programma veltroniano che l’avrebbe portato al successo se solo non si fosse scontrato con la nascita del populismo Berlusconiano,

A destra, il partito di Berlusconi, nato e cresciuto attorno alla figura del suo fondatore, è inevitabilmente destinato alla scomparsa, non fosse altro che per motivi fisiologici. La Lega ha sancito la sconfitta del suo leader populista, che ha dimostrato di non aver nulla a che fare con un personaggio affidabile e di riferimento.  Il Movimento 5 Stelle ha scelto da che parte stare, e, anche se la parte è quella sconfitta dalla storia, può, almeno, legittimamente schierarsi dalla parte di quelli scontenti di tutto e di tutti, che godono più delle sconfitte altrui che dei successi propri. La novità è rappresentata dal Terzo Polo, che si pone come equilibratore tra le promesse generiche per la conquista dei voti e i numeri che ne possono decretare la realizzabilità o meno. L’ambizione della coppia Calenda/Renzi è quella di ripetere il percorso di Macron in Francia e solo il tempo ci dirà se ci riusciranno o meno.

L’insegnamento che i politici possono trarre dall’ultimo quinquennio è che, forse, è finito il tempo nel quale si cerca di piacere a tutti, ma gli elettori ora chiedono di schierarsi e di dichiarare in partenza cosa hanno intenzione di fare con i loro voti. Se ci si riuscirà, qualche speranza di riuscire a portare a termine un programma di governo ragionevole ed equo, forse l’avremo.

 

(7 ottobre 2022)

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